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La causa vinta da un uomo d’affari inglese nei confronti di Google potrebbe fare giurisprudenza: il giudice dell’Alta Corte Mark Warby ha infatti accolto la richiesta di rimuovere dal motore di ricerca tutti i richiami, i link e le informazioni relative al passato criminale dell’uomo stesso.

Il “diritto all’oblio” è stato concordato dopo che 10 anni fa NT2 (così viene nominato per motivi di privacy) fu condannato per aver intercettato comunicazioni, mentre una seconda richiesta effettuata da un soggetto (NT1) condannato per aver falsificato dei conti a fine anni ’90 è stato rigettato in quanto correlato ad una colpa considerata di più grave entità.

Entrambi avevano in passato fatto richiesta a Google di rimuovere dal motore di ricerca qualsiasi richiamo alle rispettive questioni giudiziarie, ricevendo un secco “no” da parte dell’azienda di Mountain View.

Tanto NT1 quanto NT2 avevano fatto riferimento alla Corte di Giustizia Europea, che nel 2014 aveva stabilito che informazioni considerate “irrilevanti” e obsolete potevano essere cancellate dalla rete su richiesta. Da allora, Google ha ricevuto innumerevoli domande per rimuovere più di 2400 link dai risultati della ricerca. Del resto, come motivato dal difensore di chi si è visto poi rifiutare la richiesta, “prima di incontrare una persona nuova al giorno d’oggi si va su Google a vedere chi è”.

Dall’altro lato, Google ha sempre sostenuto che la sentenza della Corte di Giustizia Europea ritiene che il diritto all’oblio non corrisponda al “diritto di riscrivere la storia o di personalizzare il proprio passato”.

Se in un caso ha prevalso la linea di Google, nell’altro il giudice londinese ha ritenuto coerente l’applicazione del diritto all’oblio nei confronti del richiedente che, nel corso di un’audizione, aveva ammesso di aver già pagato per il suo crimine, ritenendo di avere il diritto di essere dimenticato.