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Avvistati circa 20 anni fa, ad oggi è rimasta avvolta nel mistero l’origine dei flussi di microonde provenienti dalle zone più interne della Via Lattea, tuttavia il rompicapo potrebbe aver trovato una risposta scientificamente dimostrabile.

Le conclusioni arrivano dopo la raccolta dei dati raccolti dal Green Bank Telescope in West Virginia e dell’Australian Telescope Compact Array nel New South Wales, dispositivi che sono stati in grado di osservare degli anelli di polvere che circondano alcune stelle a 500 anni luce da noi. Si è così scoperto che solo le stelle circondate da queste grandi quantità di particelle emettono le microonde, si è poi osservato che la polvere è formata da veri e propri diamanti di dimensioni nanometriche.

queste emissioni anomale furono individuate per la prima volta nel 1996, in quell’occasione la NASA grazie al satellite Cobe, realizzò una mappa delle radiazioni residue dai tempi del Big Bang, che vi proponiamo a seguire.

Nella mappa sono ben visibili le zone più luminose che identificano le frequenze delle microonde. Fino ad oggi, la spiegazione più accreditata parlava di microonde provenienti da granelli di polvere composti da molecole ricche di carbonio chiamate idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Ma il dubbio è stato gettato su quella teoria quando gli astronomi hanno notato che le microonde non provenivano sempre dagli stessi luoghi.

Si deve più al caso che alla ricerca la spinta finale alla scoperta: nella speranza di osservare dei pianeti in formazione, l’astronomo Jane Greavees dell’Università di Cardiff, osservò i dati derivanti da 14 stelle giovani, rilevando un picco di microonde anomalo. Si è poi scoperto che la luce infrarossa derivante da queste sorgenti, coincide perfettamente con quella prodotta dai nanodiamanti idrogenati, formati nei dischi protoplanetari. Sebbene la presenza di nanodiamanti fosse nota da anni, questa è la prima volta che viene stabilita una connessione concreta con le emissioni di microonde anomale, fino ad oggi sconosciute.

Per saperne di più sull’argomento e sulle precedenti ipotesi, scartate per esclusione grazie alla recenti scoperte, vi rimandiamo alla lettura della pubblicazione originale della ricerca, avvenuta su Nature Astronomy al seguente link.